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C’è una sorta di giustizialismo imperante fra alcuni economisti liberali, che li porta a proporre con foga l’idea di una riduzione d’autorità delle pensioni retributive dei cosiddetti “benestanti”, laddove tale categoria è variamente definita (la forchetta varia, a seconda dei casi, dai 10.000 ai 2.000 euro lordi mensili). La misura è proposta in termini apparentemente equitativi: questi pensionati benestanti avrebbero conseguito vantaggi indebiti grazie ad un sistema pensionistico in passato eccessivamente generoso e manterrebbero, dunque, il loro benessere a spese di tutti gli altri, lavoratori, pensionati, contribuenti. Andrebbero dunque colpiti, così da liberare risorse per i giovani e gli anziani più poveri, per ridurre le tasse e quant’altro.

 

Tale tesi sembra in qualche modo fatta propria anche da Roberta Carlini, nel suo articolo su pagina 99 Pensioni #maddeche del 19 agosto scorso. Tuttavia il ragionamento non mi convince pienamente, per diverse ragioni. Innanzitutto, perché ai pensionati “benestanti” sono state calcolate pensioni in base alla legge, dunque non vi è alcun indebito, come già sancito dalla Corte Costituzionale.

 

Le regole passate possono anche non piacere (furono, ad esempio, indigeribili quelle applicate all’ex fondo dirigenti d’azienda quando, sull’orlo del fallimento, confluì nell’Inps nel 2003) ma disconoscerle, oltre a minare le basi della legalità, contribuirebbe ulteriormente a minare la fiducia nello stato. In secondo luogo perché, se si vuole colpire i benestanti, c’è un mezzo alternativo, perfettamente legittimo e, anzi, esplicitamente fatto proprio dalla nostra Costituzione: l’aumento delle aliquote Irpef sui redditi alti, ovvero l’aumento del grado di progressività del sistema fiscale.

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Tratto da www.pagina99.it
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