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Stefano Fassina, responsabile di Economia e Lavoro nella segreteria del Partito democratico, è stato economista al Fondo monetario internazionale tra il 2000 e il 2005. Considerata la sua esperienza interna al Fondo abbiamo chiesto la sua opinione sulle recenti posizioni di alcuni economisti del Fondo (vedi qui).

Rassegna La crisi economica ha rimesso in discussione alcune certezze della teoria economica neoliberista che ha dominato gli ultimi decenni, aprendo una breccia anche nelle sue roccaforti, come il Fondo monetario internazionale. Come interpretare questo cambiamento a 180 gradi, che ha fatto sobbalzare il conservatore “The Economist” ?

Fassina Il Fmi, sostenuto dalla leadership politica del suo managing director Dominique Strauss-Kahn e dalla guida intellettuale del direttore del Research Department Olivier Blanchard, ha capito prima e meglio di altre istituzioni la portata ed i messaggi fondamentali della crisi in corso. I due recenti Staff Position Notes di cui parliamo sono un segnale di apertura culturale importante. Non sono fulmini a ciel sereno. Nonostante l’apparente ortodossia delle posizioni ufficiali, il dibattito interno va avanti da anni, su entrambi i lati della 19ma Strada di Washington DC, ossia non solo al Fondo, ma anche alla Banca mondiale. Tuttavia, va sottolineato che si tratta di Staff Position Notes, ossia di posizioni degli economisti di staff nell’organizzazione, non sono posizioni ufficiali contenute in documenti del board del Fondo dove siedono i delegati dei governi dei paesi membri. Tuttavia, sono posizione di chiara inversione di rotta, poiché dal Fondo nulla viene fuori che non abbia l’autorizzazione del “vertice politico”.

Rassegna Ci sono segni di evoluzioni analoghe anche nella Banca mondiale?

Fassina La Banca mondiale è sempre stata meno monolitica in termini di cultura economica, sia perché si occupa, per mandato statutario, di politiche di sviluppo e quindi ospita non solo economisti ma esperti di una vasta gamma di discipline, sia perché è un’organizzazione meno gerarchica e disciplinata. Non a caso, Joseph Stiglitz è stato chief economist alla Banca mondiale dopo l’uscita dal Council of economic advisors del presidente Clinton. Non a caso dopo di lui è arrivato Nick Stern, attivo sostenitore di politiche di sviluppo lontane dall’ortodossia dell’ultimo quarto di secolo e autore del più avanzato e più importante documento sulle politiche per affrontare le sfide ambientali. Non a caso, oggi, il chief economist della Banca è Justin Li, economista di primissimo piano di passaporto cinese.

Rassegna Quale spostamento determinano rispetto ai paradigmi della teoria economica dominante?

Fassina Il punto fondamentale sul piano culturale è la relativizzazione dei paradigmi egemoni. Si riconosce pienamente la rilevanza della dimensione culturale, istituzionale e sociale dei contesti per il funzionamento delle ricette economiche. Si riconosce la potenziale efficacia, anzi la necessità, dell’intervento pubblico non solo a fini regolativi, ma per compiti di correzione del ciclo. Particolarmente significativa è la riflessione sulla libertà di movimento dei capitali. L’esplicito riconoscimento della necessità di specifiche condizioni al fine di avere effetti positivi dall’eliminazione dei controlli e dei vincoli al movimento di capitali per investimenti di breve periodo, finanziari, è una svolta di grande rilievo. Non improvvisata. Attuata qualche mese fa anche dal Brasile per evitare un’eccessiva rivalutazione della sua moneta. In operatività, da sempre, in Cile e in Cina. Va anche ricordato che, nel 2003, Stanley Fisher aveva avviato una riflessione auto-critica sulle virtù della libertà dei movimenti di capitali, dopo la triste esperienza vissuta da protagonista, come chief economist del Fondo, nelle dirompenti crisi delle “tigri” del Sud-Est asiatico e della Russia della seconda metà degli anni 90.

Rassegna Quali possibilità ci sono che si traducano in comportamenti concreti delle autorità monetarie?

Fassina Le posizioni contenute Nelle due Staff Position Notes “eterodosse” non sono rivolte soltanto o principalmente alle autorità monetarie. Sono rivolte ai policy makers in generale, quindi anche ai politici in senso stretto, a chi fa le regole, a chi decide le politiche di intervento. Inoltre, aspetto da non trascurare, le Position Notes possono contribuire a ravvivare il dibattito economico nell’accademia e sui media dove sembra essersi già richiusa la finestra di opportunità di dibattito culturale apertasi durante il periodo della grande paura del collasso delle principali istituzioni finanziarie degli Stati Uniti e dell’Unione Europea. Per i comportamenti concreti delle autorità monetarie temo sia ancora molto presto. Per esse, come per i governi, un conto è la risposta emergenziale per evitare il baratro; altro è un cambiamento di paradigmi culturali e, conseguentemente, di scelte politiche e di policy.

Rassegna Quali effetti potrebbero determinare sull'economia mondiale, dei paesi sviluppati e in via di sviluppo? E in Italia, con il suo pesante debito pubblico?

Fassina Non vi sono processi deterministici. Dipende molto dalle specificità di ciascuna situazione. Gli effetti positivi possono venire non tanto dalla singola misura in sé, quanto dal riconoscimento che le ricette economiche non rimangono confinate nel regno della tecnica, ma sono intrinsecamente politiche, ossia interagiscono con la dimensione culturale, istituzionale e sociale e solo in base a tali interazioni complesse producono effetti. L’utilità della auspicata fine dell’ortodossia sta nell’ampliamento della cassetta degli attrezzi e nell’aumento della varietà degli attrezzi da poter utilizzare. Comunque, un modesto aumento del target di inflazione perseguito dalle politiche monetarie delle banche centrali, se non vizia la credibilità delle medesime, ha effetti una tantum sugli stock finanziari e sui redditi. Se, al contrario, la credibilità delle banche centrali viene intaccata, come è possibile che sia, allora lo scenario cambia radicalmente e gli effetti sull’economia reale possono essere molto seri.

Rassegna Un’inflazione al 4 per cento potrebbe essere un modo per gli Stati per rientrare dai debiti? Chi ne pagherebbe le conseguenze?

Fassina Certo un’inflazione al 4 per cento faciliterebbe il compito alle politiche di bilancio, migliorerebbe la situazione per le famiglie più indebitate, peggiorebbero, simmetricamente, i bilanci delle banche. Vi sarebbe, insomma, uno spostamento di reddito dai creditori ai debitori, pubblici o privati che siano. In aggiunta, pagherebbero, ovviamente, quanti ricevono redditi meno reattivi all’andamento dei prezzi, non pienamente indicizzati all’inflazione. Quindi i redditi da lavoro dipendente, e assimilati, e i redditi da pensione. Essi verrebbero colpiti sia in termini di importo al lordo delle imposte, sia dalle imposte, in quanto in moltissimi paesi, l’Italia tra essi, non vi sono compensazioni automatiche per il fiscal drag. Naturalmente, i medesimi redditi potrebbero essere colpiti in misura analoga in uno scenario di inflazione contenuta sotto il tetto del 2 per cento, qualora gli aggiustamenti di finanza pubblica necessari a ridurre il debito venissero fatti pagare con aumento di imposte ed allentamento del contrasto all’evasione, come avviene in Italia, oppure con il taglio di fondamentali prestazioni sociali e servizi di cittadinanza.

Rassegna Non si tratta forse però di posizioni che giocano sul terreno della battaglia delle idee in tema di politica economica e in particolare riguardo alla critica al fondamentalismo della scuola Chicago (vedi anche l’“apostasia” di Richard Posner, nel suo ultimo libro “A Failure of Capitalism”) e del “Washington Consensus”?

Fassina Il piano iniziale degli effetti dei Position papers non può che essere di battaglia delle idee. Ma, come ha scritto Keynes, “presto o tardi sono le idee, non gli interessi costituiti, che sono pericolose, sia in bene che in male”. È evidente che le posizioni discusse nelle Position notes contraddicono alcuni pilastri della teoria economica egemone. Per l’inevitabile delimitazione dell’oggetto delle Notes, altri pilastri importanti rimangono fuori, come rimane fuori il livello epistemologico. Per trovare una critica radicale e sistematica all’impianto della teoria mainstream, alle sue basi filosofiche, antropologiche ed etiche, insomma all’individualismo metodologico, si può leggere l’enciclica “Caritas in veritate”, scritta lo scorso anno da Benedetto XVI. Speriamo che altre Position Notes del Fondo monetario internazionale arrivino presto a movimentare il dibattito accademico e dei policy makers.

Rimane ancora un tabù il nesso tra dimensione sociale e dimensione economica, in particolare la fondamentale lezione all’origine dei sistemi di welfare sia roosveltiano che liberale e socialdemocratico: la rilevanza della distribuzione del reddito e della ricchezza al fine delle performance economiche, oltre che dell’equità. In chiusura, segnalo che in Italia l’Associazione Paolo Sylos Labini ha recentemente scritto e diffuso un “Manifesto per la libertà del pensiero economico” con l’obiettivo di avviare una discussione sulle teorie economiche sia sul versante degli economisti che dei decisori politici. Mi permetto anche di ricordare che, a cura del sottoscritto e di Vincenzo Visco, a metà del 2007, quindi prima della crisi ancora in corso, è stata messa insieme una raccolta di saggi di vari economisti italiani, poi edita da Donzelli, dal titolo “Governare il mercato”.

Tratto da www.rassegna.it
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