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La cultura economica e la crisi

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Università Commerciale Luigi Bocconi
Econpubblica
Centre for Research on the Public Sector
SHORT NOTES SERIES
Short note n. 3

1. In questa nota tenterò di leggere la crisi attuale, finanziaria e reale,
come il risultato in buona misura anticipabile dell’applicazione di un
modello economico caratterizzato da elementi precisamente
identificabili. Dalla lettura e dall’interpretazione critica di questo
modello, altri, più attrezzati di chi scrive, dovrebbero delineare gli
elementi costituivi di una nuova cultura politica ed economica.

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Il modello di teoria e di politica economica dominante negli ultimi 25
anni ha alla sua base una fortissima fiducia nella capacità di
autoregolamentazione dei mercati secondo modalità probabilmente
mai riscontrate nella storia del mondo economicamente sviluppato.
Sono state riprese e applicate, in altri termini, le indicazioni più
elementari della teoria economica sull’ottimalità del meccanismo
concorrenziale.

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Con particolare riferimento alla teoria macroeconomica, e quindi alla
più generale impostazione di politica economica il punto di partenza è
costituito da modelli che abbiano un fondamento microeconomico,
siano microfondati nel gergo degli economisti [Solow 2008]. Tuttavia
ciò è avvenuto a costo di semplificazioni non innocue: la teoria
macroeconomica, nella versione dominante di questi anni deriva da un
modello nel quale agenti (consumatori, lavoratori e titolari di fattori
produttivi) massimizzano la propria funzione di utilità su un orizzonte
infinito in mercati perfettamente concorrenziali (caratterizzati da
assenza di potere di mercato e da prezzi dei beni e dei fattori flessibili)
e in un contesto di previsione perfetta o di aspettative razionali.
L’aggregazione dei comportamenti individuali in relazioni
macroeconomiche solleva numerose difficoltà tecniche, risolte spesso
facendo ricorso alla finzione dell’agente rappresentativo o imponendo
stringenti ipotesi sulle funzioni individuali [Kirman 1992]. Sono stati
altresì ignorati i problemi di stabilità dei modelli caratterizzati da
flessibilità di prezzi e salari che la teoria economica più consapevole
ha affrontato in questi ultimi decenni [Hahn e Solow 1995]
Questo modello (che ripete al di là di tutte le elaborazioni tecniche il
modello walrasiano formulato circa 130 anni fa) è stato assunto per le
sue caratteristiche di ottimalità (paretiana) come riferimento
normativo cui far tendere i concreti assetti economici e sociali. Il
modello di base è stato infatti integrato e articolato con l’introduzione
di rigidità nominali, asimmetrie informative, forme di concorrenza
imperfetta e altri elementi “realistici”: tutto ciò al fine di consentire,
da un lato, la riproduzione, a partire dal modello, degli andamenti di
alcune serie storiche e, dall’altro, di individuare gli strumenti di
politica economica meglio capaci di avvicinare il funzionamento del
sistema economico a quello implicito nel modello walrasiano
ottimale.


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Sono molte, e formulate da tempo, le perplessità che un simile modo
di procedere suscita. Qui possiamo solo accennare ad alcuni contributi
analitici a nostro giudizio rilevanti.
Solow [2008] si è chiesto se l’introduzione di spunti realistici, quali
rigidità nominali o potere di mercato, in un modello assolutamente
irrealistico non finisca per comprometterne ulteriormente le capacità
interpretative.
Buiter [2009] è ancora più esplicito: “the typical graduate
macroeconomics and monetary economics training received at Anglo-
American universities during the past 30 years or so, may have set
back by decades serious investigations of aggregate economic
behaviour and economic policy-relevant understanding . It was a
privately and socially costly waste of time and other resources”. In
particolare l’assunzione di mercati completi per tutti i possibili stati
del mondo presenti e futuri, nei quali i vincoli intertemporali di
bilancio sono sempre soddisfatti, esclude la possibilità di profondi
squilibri sul fronte finanziario, quali si sono manifestati nella crisi in
corso. “Both the New Classic and New Keynesian complete markets
macroeconomic theories not only did not allow questions about
insolvency and illiquidity to be answered : they did non allow such
questions to be asked”.
Akerlof [2007] stabilisce un nesso stringente fra l’accettazione della
microfondazione adottata dalla teoria macroeconomica e la
dimostrazione di alcune neutralità, peraltro difficilmente verificabili
sul piano empirico: dall’indipendenza del consumo dal reddito
corrente, alla teoria del tasso naturale di disoccupazione, alla
equivalenza ricardiana. “Radically antikeynesian conclusions were
the logical outcome of such seemingly innocuous assumptions”, quali
la massimizzazione dell’utilità e la massimizzazione dei profitti in un
contesto intertemporale.
E’ infine rilevante, in questo breve richiamo della letteratura, un
saggio di un esponente probabilmente moderato fra i moderni
macroeconomisti, quale è Blanchard [2008]. Dopo aver affermato che
lo stato della teoria macroeconomica è “good”, riconosce che nel
modello neokeynesiano ampiamente utilizzato esistono perlomeno
due componenti (su tre) “patently false” (i forti effetti di sostituzione
intertemporale nel consumo indotti da variazioni del saggio di
interesse reale e il fatto che l’inflazione corrente dipenda
esclusivamente dalle attese d’inflazione, con un’implicita
sopravalutazione del ruolo delle aspettative e una corrispondente
sottovalutazione dei vincoli correnti alle scelte degli operatori). Nello
stesso articolo si legge poi che “one striking (and unpleasant)
characteristic of the basic NK model is that there is no
unemployment”; di qui la necessità d’introdurre frizioni nel mercato
del lavoro al fine di avvicinare in qualche modo il modello alla realtà.
Rimane il fatto che in questi modelli non esistono problemi di
domanda aggregata nel senso tradizionale del termine: la politica
economica è sostanzialmente politica monetaria, che opera attraverso
le variazioni del tasso di interesse reale (anche se l’evidenza empirica
sull’efficacia di questo strumento, come sottolinea lo stesso
Blanchard, è perlomeno dubbia). In tutti i casi in cui il tasso di
interesse nominale non è ulteriormente riducibile (e quindi il tasso di
interesse reale è eccessivamente elevato) “although monetary policy
has lost its standard instrument, it can still lower the real interest rate
to stimulate consumption by creating inflationary expectations”
[Benigno 2009]. Nella precedente citazione deve essere sottolineato il
riferimento alle aspettative d’inflazione, e non all’inflazione:
l’inflazione corrente in questi modelli produce, per effetto delle
assunzioni che collegano il breve ed il lungo periodo in un contesto di
ottimizzazione intertemporale, un aumento del risparmio e quindi una
riduzione della domanda.

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In questa sede, più che soffermarsi sulle elaborazioni analitiche, è
opportuno sottolineare le implicazioni di politica economica che
discendono dal modello macroeconomico dominante e delineare gli
effetti che ne sono derivati su tre aspetti essenziali del funzionamento
del sistema economico: la distribuzione funzionale e personale del
reddito, l’importanza delle aspettative, con la connessa attribuzione di
un ruolo centrale ai mercati finanziari, ed infine la definizione dei
compiti dell’operatore pubblico.

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Gli effetti sulla distribuzione del reddito sono immediatamente
riconducibili al riconoscimento del carattere di ottimalità del modello
walrasiano, caratterizzato da perfetta flessibilità di prezzi e,
soprattutto, di salari. Le politiche di flessibilizzazione del mercato del
lavoro trovano in questo contesto sostanziale giustificazione teorica e
piena legittimazione applicativa.
Le conseguenze di questa linea di politica economica possono essere
oggi lette con una certa precisione. L’indebolimento dei meccanismi
contrattuali di tutela del lavoro ha determinato effetti molto forti, nel
senso della concentrazione, sulla distribuzione funzionale e personale
del reddito.
Questi effetti sono stati particolarmente accentuati nei paesi in cui la
cosiddetta rigidità del mercato del lavoro è stata combattuta con più
determinazione: in Europa, Italia e Regno Unito. Secondo la
valutazione di un autorevole economista, Blanchard [2005], sono stati
ottenuti dubbi, e comunque modesti, risultati dal punto di vista del
livello occupazionale. Certamente, è stato creato un mercato del
lavoro duale con una consistente fascia di lavoratori precari.

7
Gli andamenti distributivi e la precarizzazione del rapporto di lavoro
hanno avuto peraltro rilevanti effetti macroeconomici sulla dinamica
del prodotto interno, smentendo sul piano fattuale la legittimità
dell’espunzione dal quadro analitico dei problemi di domanda
aggregata, così come sono tradizionalmente intesi.
Alla stagnazione dei salari ha infatti corrisposto, salvo l’attivazione di
meccanismi compensativi di cui diremo, una modesta crescita della
domanda e quindi del prodotto. L’Italia è il paese che più degli altri si
è trovato in questa situazione.
Solo i paesi, fra quelli sviluppati, che hanno compensato la
stagnazione dei salari con l’indebitamento delle famiglie hanno
ottenuto tassi di crescita sostenuti. La crisi attuale dimostra tuttavia
che la possibilità di circoscrivere gli effetti di una cattiva distribuzione
del reddito con il debito non può essere estesa al di là del ragionevole.
Al riguardo possiamo citare alcuni dati riferiti agli Stati Uniti. Fra il
1980 e il 2005 per le famiglie statunitensi il rapporto fra l’ammontare
del credito al consumo e la mediana del reddito è passato dal 3 al
13%; il debito ipotecario dal 57 al 156%. Negli ultimi anni poi il
debito ha consentito l’accesso a vasti strati della popolazione a servizi
essenziali quali sanità e istruzione.

8
Il secondo elemento importante della teoria economica dominante
riguarda l’enfasi posta sul ruolo delle aspettative nella determinazione
degli andamenti reali e finanziari del sistema economico. Le
aspettative razionali (in altri termini, aspettative coerenti con gli esiti
desumibili dal modello “vero” e condiviso di funzionamento del
sistema economico), associate al fatto che i comportamenti degli
operatori non sono invarianti alle scelte di politica economica sulla
base della critica di Lucas, fa sì le autorità siano fortemente vincolate
nei loro interventi, dovendo in sostanza adeguarsi alle opinioni
prevalenti nel cosiddetto mercato.
Le aree privilegiate in cui si formano le aspettative più rilevanti sono
quelle finanziarie, con riferimento a inflazione e a tassi d’interesse,
dove i grandi intermediari finanziari (tradizionalmente anglosassoni)
agiscono determinando le grandezze fondamentali.
Non credo di deformare la realtà sottolineando l’importanza della
sequenza che va dall’attribuzione di un ruolo essenziale alle
aspettative per definizione corrette (ad esclusione del contesto passato
e presente), alla delimitazione delle possibilità di orientamento delle
autorità di politica economica, alla centralità dei mercati finanziari
nel valutare le prospettive di sviluppo dei singoli paesi nelle
componenti reali e finanziarie, all’importanza di fatto attribuita ai
grandi operatori finanziari (da cui sono venuti fra l’altro numerosi
ministri dell’economia di importanti paesi).
Più specificamente, e in coerenza con le indicazioni dei modelli
dominanti, è stato creato un sistema profondamente deregolamentato,
associato ad una pressoché totale libertà di movimento dei capitali.
Gli effetti delle liberalizzazioni (o più propriamente dell’assenza di
controlli) sull’attività degli intermediari finanziari sono ormai del tutto
evidenti: straordinario sviluppo degli attivi e dei passivi bancari,
scarsissima trasparenza dell’oggetto delle transazioni, mistificazioni
di fatto dei bilanci con l’utilizzo di strutture extracontabili,
inadeguatezza dei controlli delle autorità di vigilanza, affidamento di
funzioni pubbliche ad istituzioni private quali le agenzie di rating,
sono le manifestazioni patologiche più evidenti di un sistema in parte
collassato, in parte salvato da finanziamenti pubblici di straordinarie
dimensioni. Certamente non è stata dimostrata la capacità divinatoria
o la correttezza delle aspettative dei mercati finanziari.

9
Più che soffermarmi su vicende note, vorrei sottolineare due aspetti. Il
primo riguarda il fatto che in questi anni tutte le autorità di politica
economica hanno prestato esclusiva attenzione all’indebitamento delle
pubbliche amministrazioni, ignorando le dinamiche molto più
preoccupanti che si manifestavano in altri settori dell’economia.
Questo atteggiamento ha natura profondamente ideologica: in un
sistema liberista l’unico possibile fattore di squilibrio o di disordine
può venire dall’azione dell’operatore pubblico.
La seconda osservazione verte sull’assenza in questi ultimi decenni di
un sistema monetario internazionale anche vagamente regolato. E’
stato abbandonato l’oro; il FMI è stato progressivamente trasformato
in una sorta di guardiano a tutela dei prestiti fatti dalle grandi banche
americane; siamo quindi entrati in un incontrollato regime di dollar
standard in cui il sistema internazionale è stato ed è alimentato dagli
enormi disavanzi di parte corrente degli Stati Uniti.
Anche in questo caso è banale osservare che meccanismi privi di ogni
sistema di regolazione e autocontrollo sono destinati a bloccarsi.
Oggi si parla di una nuova Bretton Woods. Basti qui solo osservare
che una nuova Bretton Woods richiederà comunque un riequilibrio dei
rapporti politici far le diverse aree economiche, come presupposto di
assetti finanziari capaci di garantire uno sviluppo equilibrato a livello
globale.

10
Venendo al terzo elemento essenziale, il modello liberista è
contraddistinto da un sistematico atteggiamento negativo nei confronti
dell’operatore pubblico, visto come causa di inefficienze e di sprechi.
I presupposti analitici (cui conviene accennare in via preliminare) di
questa visione sono facilmente identificabili.
Si afferma che nel mondo moderno i due più importanti fattori di
distorsione sono riconducibili all’esistenza di un cuneo fiscale che
impedisce l’uguaglianza fra saggio salariale e produttività marginale
del lavoro (scoraggiando l’offerta di lavoro) e la doppia tassazione del
risparmio, che impedisce l’uguaglianza fra tasso d’interesse reale e
saggio marginale di sostituzione intertemporale, che scoraggia
l’investimento e quindi la crescita del sistema. Al di là di verifiche
empiriche molto dubbie (che attribuiscono a questi fattori buona parte
della differenza nel reddito procapite fra i diversi paesi), si suggerisce
di mantenere ai livelli attuali la tassazione dei salari (per non
peggiorare le distorsioni) e di azzerare (al di là di quanto si è già
verificato) la tassazione dei redditi di capitale [Chari e Kehoe 2006].
Prescindendo da ogni valutazione di merito, comunque legata alle
specifiche circostanze, sull’opportunità di aumentare o diminuire la
pressione fiscale, è certo che in ogni paese l’ingessamento delle
capacità operative delle pubbliche amministrazioni su premesse
puramente ideologiche ha contribuito a esasperare molti problemi di
carattere sociale, oggi resi meno trattabili dalla crisi in corso.
Ad ulteriore giustificazione della delimitazione del ruolo
dell’operatore pubblico, in tutta la letteratura ortodossa emerge una
straordinaria fiducia nella funzionalità dei meccanismi assicurativi
privati, cui si attribuisce la capacità di assicurare anche i rischi sociali
tipicamente rientranti nella sfera del welfare state.

11
La valutazione negativa della funzionalità dell’operatore pubblico ha
innescato fra l’altro processi di privatizzazione molto estesi (di cui si
potrà fra alcuni anni giudicare se hanno prodotto i risultati attesi o se
hanno portato di fatto all’indebolimento delle strutture produttive e
alla formazione di rendite private).
Non è inopportuno soffermarsi a questo punto, in un ambito più vasto,
sul concetto di concorrenza. La concorrenza, cui si fa correntemente
riferimento, è una situazione statica caratterizzata da una pluralità di
imprese prive di potere di mercato.
La concorrenza riscontrabile nella realtà è invece contrassegnata da
una sorta di distruzione creatrice che determina forti processi di
concentrazione delle imprese e, quindi, di potere di mercato. La
conseguenza è una tendenza dei più forti o dei più protetti a diventare
sempre più dominanti; in alternativa possono affermarsi nei settori
emergenti nuove imprese, alimentate in genere da un rilevante
patrimonio di conoscenze scientifiche e tecnologiche.
Può essere colta un’evidente implicazione, che pone in discussione
l’adesione a semplicistici modelli liberisti. Le situazioni di crisi non
portano universalmente alle stesse conseguenze una volta che si
guardi all’economia reale, dipendendo dalla forza intrinseca
dell’apparato produttivo. In altri termini, una qualche forma di
politica industriale, intendendo il termine nel senso più ampio, è
necessaria se si vogliono limitare le conseguenze negative, in termini
di deterioramento permanente del sistema, dei periodi di contrazione
economica.

12
Sempre in quest’ambito e come manifestazione della fiducia nei
meccanismi assicurativi privati, è stato poi avviato (o tentato di
avviare) un drastico ridimensionamento del welfare state.
Conviene qui richiamare le principali tipologie di stato sociale. Il
primo è quello pubblico, tipico della realtà europea caratterizzato
dall’universalismo delle prestazioni. Il secondo è quello aziendale,
tipico degli Stati Uniti, dove pensioni e sanità sono strettamente
collegati al rapporto di lavoro. La crisi della Corporate America,
accentuatasi nell’ultimo periodo, ha dimostrato la fragilità di questo
sistema, peraltro caratterizzato da due elementi: la copertura parziale
della popolazione e il costo estremamente elevato, in particolare delle
assicurazioni sanitarie. Tutti i progetti di riforma della sanità,
attualmente in discussione negli Stati Uniti, sembrano assumere a
riferimento il modello europeo. Si riconosce, in altri termini, che i
modelli assicurativi a base limitata, anche se relativamente estesa,
vanno incontro necessariamente a difficoltà insormontabili, quando la
platea degli assicurati attivi si riduce o aumenta la quota di
popolazione assistita. Questi problemi diventano trattabili solo in un
contesto universalistico.
Infine esiste il modello assicurativo-individualistico, in cui il compito
dello Stato è quello di facilitare l’acquisto di copertura assicurativa
attraverso agevolazioni fiscali. E’ il modello che è stato perseguito
con tenacia, anche se con modesti risultati, dall’Amministrazione
Bush. Fondamentalmente, questo modello implica che il rischio sia
collocato in capo all’individuo (e non alla collettività nel suo
complesso o all’impresa come nelle due ipotesi precedenti). Il sistema
italiano di previdenza integrativa si pone in questa linea. [Artoni e
Casarico 2008].
Il crollo dei mercati finanziari di questi mesi dimostra quanto sia
pericolosa questa attribuzione di rischi sia nel campo sanitario (in
quanto scattano molto presto limiti alla copertura) sia in campo
previdenziale (in quanto la volatilità dei mercati finanziari può portare
a rendimenti dei contributi totalmente inadeguati). Non siamo ancora
in grado di valutare gli effetti del crollo dei mercati finanziari sui
fondi pensione americani: temo che siano molto pesanti.

13
Abbiamo, credo, indicato i limiti della teoria economica dominante,
che possono essere sinteticamente riformulati richiamando alcuni
contributi fondamentali di altre impostazioni teoriche che sono stati
colpevolmente dimenticati in questi anni.
Polanyi [1944] ha sostenuto che era improponibile l’equiparazione
concettuale di tutti mercati, non riconoscendosi caratteristiche
specifiche al lavoro, al capitale finanziario e alle risorse naturali.
Per quel che riguarda il lavoro, abbiamo già osservato che
l’indebolimento delle salvaguardie contrattuali ha portato ad una
rilevante concentrazione nella distribuzione del reddito con effetti non
positivi sulla coesione sociale. Si può aggiungere, citando Polanyi,
che la presunta “forza-lavoro” non può essere fatta circolare, usata
indiscriminatamente e neanche lasciata priva d’impiego, senza influire
anche sull’individuo umano che risulta essere il portatore di questa
merce particolare.
L’assenza di regolazione dei mercati finanziari ha portato ai fenomeni
d’instabilità finanziaria cui abbiamo assistito nell’ultimo biennio. In
questo contesto specifico è oggi luogo comune il richiamo ai
contributi di Minski [1975].
L’uso indiscriminato delle risorse naturali ha conseguenze di lungo
periodo, sulle quali non ci siamo soffermati, ma di cui tutti siamo
consapevoli.
Kalecki [1979] ha fortemente sottolineato l’importanza di
un’equilibrata distribuzione del reddito per il mantenimento della
piena occupazione nel lungo periodo, cui peraltro dovevano essere
associati appropriati meccanismi di determinazione delle dinamiche
delle retribuzioni monetarie.
Keynes [1936] ha dimostrato che le forze che muovono la domanda
aggregata sono indipendenti da quelle che definiscono l’offerta
aggregata, risultando quindi la totale inadeguatezza di tutta la
modellistica che esclude a priori la possibilità di uno squilibrio
rilevante e persistente fra domanda e offerta a livello aggregato. Più in
generale, nel contesto attuale, in cui molte certezze analitiche e
interpretative dovrebbero essere venute meno, tutti i contributi della
scuola postkeynesiana meriterebbero una riconsiderazione
filologicamente corretta [Pasinetti 2007].
Arrow [1963] ha dimostrato che l’inesistenza di mercati
effettivamente funzionanti capaci di garantire la copertura contro i
grandi rischi sociali ha portato, a livello collettivo, alla creazione di
istituzioni non di mercato finalizzate al superamento delle inefficienze
connesse all’incompletezza dei mercati del rischio.
Infine, non sembra inutile, con un generico richiamo a Colbert,
riaffermare l’importanza di politiche industriali consapevoli a livello o
nazionale, o sovranazionale, come dovrebbe essere all’interno
dell’Unione europea.
Sarebbe in conclusione ed in estrema sintesi auspicabile un
atteggiamento culturale correttamente pluralistico, evitando i
dogmatismi o le rappresentazioni puramente ideologiche della realtà
che hanno caratterizzato gli ultimi anni [Pasinetti 2008].

14
La letteratura cui abbiamo fatto riferimento è certamente datata, ma
non meno rilevante nelle sue indicazioni essenziali: non la
considererei in ogni caso superata.
Ovviamente le esperienze del passato non possono essere
acriticamente riproposte. Molti fatti nuovi, probabilmente irreversibili,
si sono verificati, dall’integrazione economica internazionale, alla
creazione di aree economiche sovranazionali, ai problemi connessi
alla gestione qualitativamente soddisfacente e dimensionalmente
controllata di importanti servizi sociali estesi all’intera popolazione in
un contesto di aumento dell’età media, alla centralità dei beni
posizionali nei moderni assetti sociali. Questi fatti nuovi impongono
analisi adeguate e aggiornate.
Rimane tuttavia il fatto che i problemi di distribuzione funzionale e
personale del reddito, di gestione della domanda aggregata e di
ripartizione dei rischi sociali o di rafforzamento dell’apparato
produttivo, oltre che quelli di coesione delle diverse componenti di
una società sviluppata, non possono essere ignorati o completamente
rimossi dal quadro interpretativo.

15
A titolo di conclusione deve essere sottolineato il pericolo di letture
errate della situazione attuale, che potrebbero essere il presupposto per
la ripetizione degli stessi errori dell’ultimo periodo. Sulla scorta
dell’infaticabile attività pubblicistica di commentatori formatisi negli
anni della presidenza Reagan, il modello ortodosso, di cui abbiamo
tentato di delineare gli aspetti essenziali, è stato proposto come
termine di riferimento per le scelte di politica economica di tutti i
paesi, sviluppati e non. La giustificazione stava nel successo relativo
dell’economia americana, misurata da un tasso di crescita del Pil
procapite superiore di circa 1,5 punti rispetto a quello europeo e dai
buoni risultati occupazionali. E’ stata poi dichiarata con grande
convinzione la morte del modello europeo, con forti influenze sulle
impostazioni programmatiche anche dei partiti europei di sinistra.
Oggi la crisi economica permette letture certamente più meditate. Le
ragioni dell’apparente successo stavano in primo luogo nell’assenza di
vincolo estero per l’economia americana. Le autorità di quel paese
hanno potuto espandere la domanda interna anche con un disavanzo di
parte corrente costante nell’ultimo periodo dell’ordine del 5%: la
ragione sta nel fatto, già rilevato, che il mondo ha vissuto in un regime
di dollar standard.
In secondo luogo, il forte indebitamento delle famiglie ha consentito
di più che compensare gli effetti depressivi della progressiva
diminuzione della quota di reddito destinata ai redditi medio bassi. Si
deve qui osservare che l’esplosione dei costi di servizi sociali
essenziali ha finito per coinvolgere anche le classi medie.
Ovviamente, l’assenza di controlli sugli intermediari ha consentito
modalità di finanziamento molto permissive.
L’irresponsabilità complessiva delle politiche americane, derivata
anche da una teoria economica irrealistica e ideologica al tempo
stesso, ha prodotto la crisi attuale. Questa crisi, collocatasi dapprima
sul versante finanziario, si è progressivamente estesa a quello reale, e
per l’interdipendenza delle economie, a molti paesi.



BIBLIOGRAFIA
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(Relazione tenuta al convegno Uno sguardo oltre la crisi promosso da NENS (Nuova economia
nuova società), Roma 23 aprile 2009









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