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Anche stavolta i dati sull'occupazione hanno riacceso il dibattito tra "governativi" che cantano le lodi dei provvedimenti sul lavoro e chi invece invita alla cautela, perché al momento le tendenze sono di incerta interpretazione.

 

Tra le varie analisi, ne sono uscite due nello stesso giorno quasi perfettamente coincidenti, nonostante che siano apparse su mezzi di informazione politicamente distanti: la prima, di Paolo Pini e Roberto Romano, sul Manifesto; l'altra, di Pietro Garibaldi, su lavoce.info. Entrambe sottolineano la discrepanza fra la crescita dell'occupazione nell'ultimo anno (+1,2% aprile su aprile) e l'andamento del Pil nello stesso periodo (-0,29% marzo su marzo). Ed entrambe sottolineano che un aumento dell'occupazione superiore alla crescita economica comporta una diminuzione della produttività, fattore rispetto al quale l'Italia è in difficoltà da ben prima dello scoppio della crisi. Entrambe ricordano che un fenomeno simile accadde, scrive Garibaldi, "all' inizio degli anni Duemila, quando l’occupazione cresceva dell’1% all’anno con un Pil che sonnecchiava intorno allo 0,5". Pini e Romano osservano che "se la crescita della produttività, di cui già l’Italia detiene da oltre due decenni la maglia nera tra i paesi industriali, non solo ristagna (crescita zero) ma addirittura decresce, non è facile farsi facili illusioni su «buona occupazione» e «buone retribuzioni» per il presente e l’immediato futuro. (...) Quei dati occupazionali segnalano purtroppo, se presi come autentici — forse proprio perché son “drogati” dagli incentivi fiscali e dal contratto a monetizzazione crescente e facilità a licenziare — l’altra faccia della medaglia di questa presunta crescita quantitativa, ovvero il suo povero contenuto qualitativo". Garibaldi segnala inoltre la forte crescita del lavoro a termine.

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