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La progressiva, inesorabile uscita della Fiat dall’Italia è una delle pagine più nere della nostra storia industriale e, se ce ne fosse bisogno, uno degli atti di accusa più gravi a carico del governo Berlusconi. Un segno indelebile del disastro economico e sociale che dieci anni di antipolitica e di affarismo al potere hanno prodotto nel nostro paese. Si allunga così la serie dei danni irreversibili, a cui non sarà possibile rimediare non potendosi portare indietro le lancette del tempo: fino a quando durerà questo epilogo tragico? Per quanto tempo ancora cortigiani e clienti, travestiti da spettatori, faranno fina di non vedere? Il re è nudo, è anche osceno, ma a preoccupare dovrebbe essere soprattutto la manifesta incapacità. Eppure…

Anche nel caso Fiat, in troppi fanno finta di non vedere. Il quadro dei commenti all’uscita da Confindustria è rivelatore. Con poche eccezioni, si fa finta che si sia trattato di una reazione all’accordo con i sindacati, perché avrebbe smentito quello stipulato dalla Fiat con una parte di quegli stessi sindacati. Ma, con un certo candore, è lo stesso vertice Fiat a dire la verità: è una mossa decisa da tempo, l’accordo, la vicenda articolo 8 non c’entra. Se avessero completato la frase avrebbero detto che le questioni politico sindacali italiane non solo non c’entrano ma non interessano. La Fiat-Chrysler Corporation (F-C Co.) considera l’Italia una sua sede marginale. Chiediamoci allora perché, che cosa si poteva fare e che cosa mai si potrà ancora fare, nel momento in cui dovesse infine cambiare il quadro politico.

Una premessa. La F-C Co. è una multinazionale. Non significa che sia apolide. Nessuna multinazionale lo è. Hanno tutte una base nazionale, in un solo paese (sono “country-based”). Testa pensante e centro decisionale hanno radici locali. Significa che hanno rapporti economici, fiscali, finanziari, politici, sociali privilegiati con quel paese ma decidono guardando al mondo come un unicum senza frontiere. Questo è una multinazionale. Fiat era Italy based (eccome!), ora F-C Co. è US based (vedi, su questo sito, A Mirafiori hanno perso tutti). Qualche bello spirito, soprattutto nella cosiddetta “ala sociale” del centro-destra che vive con qualche complesso di colpa questa vicenda, pensa di dover chiedere conto delle iniezioni di soldi pubblici con cui lo Stato italiano ha tenuto sul mercato per tanti anni (decenni) Fiat. Provando a cancellare dalla memoria l’andamento totalmente diverso della vicenda Alitalia, in cui si è commesso l’identico errore in senso inverso. Si sono imbottiti di soldi pubblici investitori (diciamo così) italiani senza porre vincoli e creando anzi condizioni fuori mercato per un’operazione solo speculativa. Nel caso Fiat invece si è lasciata andar via un’azienda senza fare neppure un tentativo non tanto e non solo perché mantenesse la testa in Italia (geograficamente) ma soprattutto perché adottasse nelle sue decisioni strategiche come parametro vincolante gli interessi del paese Italia.

Ora che Fiat non è più italiana, quei crediti (se come tali si vogliono considerare) non sono più esigibili. Carta straccia.

Ormai è fatica sprecata indagare a fondo sulle ragioni che hanno portato il vertice italiano di Fiat a sposare questa linea di “de-italianizzazione”, che è anche “de-europeizzazione”. Sarà bene però ricordare che l’Avvocato aveva deciso di passare la mano a Gm (Marchionne ha corretto la rotta quanto alla scelta del marchio, non quanto al Paese-base) nello stesso momento in cui prendeva in giro gli italiani che stavano scegliendo Berlusconi con la famosa battuta “tranquilli, non è la Repubblica delle Banane”. Sono passati più di dieci anni, ma se si guarda alle motivazioni dell’ultimo declassamento del nostro debito da parte di Moody’s sembra di cogliere l’evoluzione nel tempo di quella visione del mondo: Italia zavorra (molto “bananas”) di un’Europa, a sua volta vittima di un non superato senso di inferiorità nei confronti degli Usa.

Ci voleva davvero molto a capire che la direzione era quella? Si doveva proprio far finta di credere che il futuro dell’auto fosse nella Panda (spostata a Pomigliano dalla Polonia perché … gli stabilimenti polacchi si collocano su un livello tecnologico più avanzato)? Che la salvezza di Mirafiori possa essere affidata a un Suv, nel momento in cui il mondo sta virando in una direzione che in poco tempo farà apparire quel tipo di automobili alla stregua dei dinosauri?

Ebbene no, non ci voleva molto a capirlo ma in tanti hanno fatto finta di credere (o, peggio ancora, hanno creduto davvero) alle favole di Marchionne.

E il modello di relazioni sindacali? Davvero si poteva credere che volesse introdurre in Italia quello americano? Licenziare qualche “sospetto lavativo” e non avere tra i piedi la Fiom poteva anche risultare gradito al vertice aziendale italiano per far piacere ai padroni americani. E al governo italiano per far piacere alla destra reazionaria. Ma fare a cambio con l’Uaw (che, guarda caso, non ha voluto avere nessuna commistione con i sindacati italiani “buoni”) non se ne parla proprio! Basta un’occhiata all’ultimo accordo sindacale stipulato con Ford (41.000 dipendenti negli USA): nuova occupazione attraverso il trasferimento di produzioni da Messico, Cina e Giappone verso gli USA, 16 miliardi di dollari di investimenti in Usa per la produzione di nuovi modelli e componenti, entro il 2015. E possiede quasi la metà delle azioni F-C Co. attraverso il suo fondo pensioni. Per non essere preso per i fondelli.

Possiamo dircelo chiaro e tondo. Gli accordi italiani non seguono il modello Usa ma il modello che le multinazionali Usa adottano nei paesi del sottosviluppo, con relazioni sindacali, diciamo così, asimmetriche. E sì che Angeletti sarebbe il vicepresidente dell’Internazionale Sindacale cui aderisce lo Uaw. E sì che, se i sindacati italiani avessero ancora il peso che avevano quando Emilio Gabaglio presiedeva la Confederazione europea dei sindacati, la questione non sarebbe rimasta confinata tra Cisl e Uil e Uaw ma avrebbe acquistato la dimensione di un confronto tra movimento sindacale europeo e americano, come è avvenuto – tanto per non andare lontano – quando si è trattato di decidere sulla vendita di Opel. E in quel caso (guarda un po’) la Fiat è stata vista come un’emanazione americana più di quanto non lo fosse l’affiliata tedesca di Gm, ben compenetrata nel sistema di relazioni sindacali di quel paese. Aggiungiamo, per inciso, che attualmente il sindacato tedesco fa da leader nel movimento europeo senza più avere al suo fianco i sindacati italiani, partner “pesanti” fino al 2001 ma scomparsi dalla scena negli ultimi dieci anni, almeno come movimento (fa eccezione, rara, qualche singola personalità, come Valeria Fedeli che presiede i tessili, per dirne una).

Ci sarebbe da vergognarsi. Ma non c’è da gioire neppure se si pensa alla Fiom. Quale divinità dell’Olimpo ne ha accecato le menti, portando quel glorioso sindacato a scegliere la via giudiziaria per vincere su questioni di principio (è fuori discussione che potessero essere valutate di enorme peso politico, guai a pensare il contrario!) mentre la controparte faceva sparire dal quadro reale la materia stessa del contendere, il lavoro nelle fabbriche italiane?

Per finire il governo e l’ineguagliabile ministro del Lavoro in carica. Ha fatto da palo (ricordate Berlusconi durante il referendum di Mirafiori? “Se se ne vanno dobbiamo capirli”). Poi ha anche fornito l’alibi (il famigerato articolo 8). Poi ha tentato di “gambizzare” chi veniva in aiuto. Per una volta tanto che Confindustria aveva scelto di difendere gli interessi degli associati, stipulando un accordo che rimetteva su basi un po’ più solide, secondo la Costituzione - e perfino la logica –, il sistema contrattuale terremotato dall’incursione legislativa, anziché fare il solito lobbismo verso la politica, ecco l’accusa infamante: “Avete fatto politica e ben vi sta se Fiat se ne va.” Signor Governo, non se ne va da Confindustria ma dall’Italia, e principalmente per la vostra complicità, senza la quale non sarebbe mai stato possibile.

Che fare ora? Primo, riportare le questioni nei giusti termini. Poi chissà. All’orizzonte la scelta è tra qualche cavaliere coraggioso (alla Di Risio: ma potrà portare le vendite da 10.000 a 60.000 vetture in tre anni?) che acquisti e investa (soldi suoi, non solo dello Stato) su piani industriali credibili, e qualche papa straniero, ma interno al confine politico europeo, per quanto labile e in crisi.

Se ne potrà parlare, però, solo dopo che la politica italiana si sarà messa alle spalle l’attuale regime. La fine della Prima Repubblica è durata davvero troppo, l’alba di una Seconda, post guerra fredda, non si vede ancora, quella che hanno avuto l’ardire di raccontare come Seconda è solo l’esasperazione dei peggiori mali della Prima. Che svendite di pezzi di patrimonio nazionale ne aveva fatte. Ma non era mai riuscita a toccare il fondo come stavolta.

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