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Le politiche industriali europee e italiane

01/04/2014

Gli aspetti generali citati nel cosiddetto Industrial compact sono in buona parte condivisibili, ancorchè parziali. L’aspetto essenziale, tuttavia, è rappresentato dal fatto che la loro declinazione e la traduzione in politiche concrete viene affidata pienamente ai paesi membri nei quali intensità, qualità e modi della politica industriale sono, allo stato attuale, molto differenziati.

In Italia l’ostacolo principale per una qualche definizione strategica è rappresentato dalla scarsità di ciò che potremmo definire l’“infrastruttura sociale per la politica industriale”.

 

Con questa espressione si vuole intendere un insieme variegato di soggetti, regole e istituzioni che determinano il consenso e i processi delle politiche industriali, oltre che la loro stessa gestione e gli effetti.

Si vogliono citare qui solo due componenti essenziali di una tale infrastruttura: i gruppi sociali attivi nella definizione delle strategie, da un lato, e l’amministrazione che si occupa della gestione (ma in molti modi anche dell’indirizzo concreto delle misure adottate), dall’altro.

In primo luogo esiste in Italia (e si è esteso negli ultimi anni) un largo e disomogeneo insieme di soggetti rappresentato daopinion leader, ceto politico, imprese di successo e da parte consistente del sistema produttivo. Questo insieme considera un possibile ruolo attivo dello Stato nel campo dello sviluppo industriale solo come fonte di problemi, sprechi e distorsioni.

 

Per questo gruppo sociale, diffusissimo, la politica industriale deve essere limitata alla riduzione drastica del peso fiscale sui produttori e alla semplificazione amministrativa.

In linea di principio, non vi è nulla da eccepire su una tale posizione, a condizione che non sia l’unico possibile intervento di politica industriale e che non si determinino effetti devastanti su altre poste del bilancio pubblico. Vanno anche considerati due fattori rilevanti per l’efficacia delle politiche: da un lato, i vincoli presenti nel bilancio pubblico non consentono interventi universali di peso adeguato, mentre, d’altro canto, la semplificazione richiede una rilevante attenzione ai processi amministrativi, raramente presente quando il tema è emerso nell’agenda di politica economica degli ultimi governi.

 

Le analisi empiriche su cui si fondano tali posizioni sono per lo più fragili, ma gli argomenti sono talmente efficaci nel toccare le convinzioni profonde dell’opinione pubblica, da riscuotere un consenso quasi universale. Persino i confronti internazionali, che avverserebbero tali tesi sottolineando il rilevante impegno in materia di politica industriale in tutti i paesi concorrenti di ogni tipologia e latitudine, riescono ad avere solo uno scarso rilievo e suscitano poco interesse.

La forza politica dei ragionamenti di questo blocco, tuttavia, è dominante e può essere letta nei programmi, almeno a livello di enunciazioni, di tutti i partiti e di molti governi.

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Tratto da www.nelmerito.com
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