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I bandi, le delocalizzazioni e i recinti senza buoi

01/04/2011

Prendo spunto da una notizia economica del mio territorio – ma vale anche altrove – la quale tratta di una problematica legata al mondo del lavoro, così da provare a discutere con voi dell’aspetto che non sempre si può mostrare solidarietà e sostegno a chi vive l’attuale crisi manifatturiera sebbene si è in disaccordo con lo sfruttameneto.

In sintesi la notizia è questa, una questione di numeri. Secondo Poste italiane, per vestire da capo a piedi un portalettere servono 210 euro d’inverno, e 107 d’estate. Importi che comprendono giacche a vento, pantaloni, camicie, maglioni e capellini. Da questa valutazione, le stesse Poste hanno indetto una gara d’appalto per 79.000 completi da lavoro metà invernali e metà estivi. Vincerà, come brutta abitudine in tutti gli appalti pubblici, la ditta che offrirà questi prodotti al prezzo più basso. Stando sotto comunque i valori detti prima.

Da qui lo scandalo. Due scandali. Per due ditte (la Lovers srl di Olginate – Lc – e la sua fornitrice di tessuti la Tessitura Majocchi Srl di Albavilla – Co) il prezzo imposto dalla controllata del Ministro Tremonti è fuori mercato. È sfruttamento. È uccidere le imprese, altro che aiutarle. “Il costo industriale – spiegano le aziende – di un prodotto come quello richiesto dalle Poste è di almeno 273 euro per il completo invernale e di 138 per quello estivo. Meno di così non si può fare. È impossibile, in nessuna fabbrica europea si riesce a produrre un completo di questo tipo con un costo più basso”.

C’è una differenza del 30%, tra quanto richiesto e quanto le due imprese, tra le maggiori del settore, possono offrire. Nessuno in Europa, dicono, può far meglio, e questo significa che i paletti del bando sbarrano la strada a qualsiasi fornitura italiana ed europea. Sebbene la stessa normativa di Bruxelles prevede che le gare d’appalto consentano la fornitura solo di prodotti realizzati nei paesi del Gatt che riconoscono la reciprocità di trattamento con l’Europa. E in questo elenco non ci sono Cina, India, Tunisia.

Quindi il primo scandalo è servito. Un prezzo da strozzinaggio, imposto da chi dovrebbe sostenere le imprese italiane che non potendosi difendere vengono, di fatto, escluse, da appalti importanti. Uno scandalo denunciato in una conferenza stampa con il Presidente locale dell’API, l’associazione delle piccole imprese.

Il secondo scandalo invece non è stato svelato in conferenza stampa. Forse perché essendo l’anniversario del 150° dell’Unità d’Italia c’è stato troppo patriottismo. Lo scandalo è quello di un pianto fuori tempo massimo.
Le ragioni di questa denuncia infatti non reggono.
È il solito vizio egoistico degli imprenditori che chiedono di chiudere il recinto quando i buoi sono già scappati. Qui non è infatti in discussione se il prezzo limite fissato nell’appalto delle Poste sia o meno incompatibile con i costi di produzione europei.

Qui è in discussione, vorrei che fosse in discussione, il fatto che oggi ci si lamenta, si lamentano per le stesse politiche che loro hanno attuato, o sfruttato, da decenni e che ha fatto fare ottimi affari. Qui c’è ben poco di made in Italy. Qui di italiano ci sono solo gli utili ed i dividendi. La fabbrica, 600 operai, dell’azienda che si lamenta non è in Brianza, è, da 20 anni, in Romania. Qui ci sono nemmeno 20 dipendenti, famiglia compresa. Trovo per questo paradossale innanzitutto che a difendere quella posizione, ci sia anche il Presidente dell’API Locale.

Sarò nazionalista, protezionista, antiquato, ma la delocalizzazione imprenditoriale, così tanto accentuata tra l’altro, non la trovo una risorsa per le comunità locali. Comprendo se si va all’estero per aprire aziende che servono più o meno quel nuovo territorio, non per fare dumping sociale e salariale. Cioè per chiudere fabbriche qui, per spostare la forza lavoro, da qui a là.
Non è così estremo ed azzardato far notare che questa capacità di delocalizzare, messa in atto da queste aziende con il portafoglio made in Italy ma la mano d’opera all’estero, hanno fino a ieri l’altro, svantaggiato aziende locali più piccole, meno dinamiche, meno ricche, meno audaci, che per mille ragioni, soldi, etica, conoscenze, dimensioni ecc. non erano nelle condizioni di spostare, delocalizzare, fuggire, all’estero. E quindi non avevano minimamente, già prima della denuncia di oggi delle due ditte, possibilità di vincere, addirittura di partecipare, alle gare di appalto.

Quindi se fossi cattivo direi “chi la fa l’aspetti” (che ricaduta occupazionale può esserci tra l’altro che tolta la famiglia quasi tutti lavorano all’estero?) mi limito a dire che battaglie di tutela del made in Italy, del lavoro sul territorio, del benessere locale, devono essere affrontate e sostenute anche prima che tocchi il proprio orticello, i propri interessi. I propri dané.

Perché l’interesse più alto è quello di tutti.

Tratto da www.finansol.it
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