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Frequenze, lo spettro non vale zero

14/01/2012

 

Il dibattito sulle frequenze nel nostro paese oscilla periodicamente tra l'allarme rosso e la calma piatta. Quello che resta costante è il totale disinteresse per la sostanza del problema. Abbiamo sentito parlare per qualche giorno di “frequenze televisive” e “frequenze per le telecomunicazioni”. Ci è stato spiegato che le prime non si pagano, mentre le seconde possono costare moltissimo perché “non c’è bisogno di riempirle di contenuti”. Qualcuno ci ha anche spiegato che in tutta Europa le “frequenze televisive” si assegnano sempre con un “beauty contest”, oppure che basterebbe aggiungere una busta chiusa con qualche migliaio di euro, o pagare un moderato affitto o assumere qualche impegno a investire per rendere digeribile il “regalo”. Molte opinioni, pochi (e mal raccontati) fatti.
LE FREQUENZE DEGLI ALTRI
In effetti, nel resto d'Europa le frequenze non sono mai regalate a “broadcaster” privati e questo perché i “broadcaster” privati che gestiscono sia le frequenze sia le reti e che, al tempo stesso, sono “costretti” a riempirle di contenuti esistono solo in Italia. In Francia e Spagna a ciascun fornitore di contenuti (editore) viene assegnato uno dei sei canali trasmessi su una frequenza. Tre o quattro editori per frequenza. La gestione della frequenza e la messa in onda sono responsabilità di un “operatore di rete” indipendente (Tdf in Francia e Abertis in Spagna). Un consorzio insomma, dove nessun editore “possiede” una frequenza e tantomeno può comprarla, venderla o cambiarne la destinazione d’uso. È come se in Italia una frequenza ospitasse Canale5, Italia1, Rete4, La7, Mtv ed Europa7 e Mediaset, Telecom ed Europa7 dovessero formare un consorzio e farsi trasmettere, tutti insieme, da un operatore di rete indipendente (che purtroppo non abbiamo). In realtà in Italia, per ogni rete analogica, gli editori hanno ottenuto in eredità un’intera frequenza (sei canali) che gestiscono in proprio.
Nel Regno Unito i fornitori di contenuti come Bbc, Itv e gli altri non pagano alcuna concessione per lo spettro in uso, per due motivi: a) come contributo per la fornitura del servizio pubblico; b) come incentivo alla transizione al digitale terrestre. In un documento di Ofcom del 2004 questo “sussidio implicito” legato all’uso dello spettro viene stimato in circa 400 milioni di sterline l’anno. Nessuno però cita il fatto che anche nel Regno Unito le frequenze sono gestite da operatori di rete indipendenti (Arqiva), verticalmente separati dai fornitori di contenuti. Così come nessuno dice che la stessa Ofcom nel 2007 ha definito nuove regole di tariffazione dello spettro Tv prevedendo l’adozione di consistenti prezzi amministrati legati al costo d’uso dello spettro (i cosiddetti Aip – administered incentive price) per tutti gli operatori, televisivi e non, a partire dal 2014.
Se si vuole importare il modello di un altro paese, quindi, lo si deve fare nella sua interezza e non solo parzialmente. Se si volesse davvero procedere con un “beauty contest” gratuito, si dovrebbe anche imporre una separazione verticale tra “fornitori di contenuti” e “operatori di rete”; questi ultimi, come avviene in tutta Europa, gestirebbero le reti e le frequenze e metterebbero a disposizione dei primi la sola capacità trasmissiva. Si tratterebbe di una radicale e positiva trasformazione del mercato televisivo, anche se bisogna riconoscere che non sarebbe facile da realizzare oggi in Italia.
OLTRE IL BEAUTY CONTEST
Nel decidere il da farsi, non è possibile non tener conto che già esiste una soluzione europea, totalmente dimenticata dal dibattito delle ultime settimane. Dal 25 maggio 2011 è in vigore in Europa e avrebbe già dovuto essere in vigore nel nostro Paese, il nuovo quadro regolamentare per le comunicazioni elettroniche proposto dalla Commissione e approvato nel 2009 dal Parlamento Europeo. Un quadro che definisce nuove regole per la gestione dello spettro frequenziale: “risorsa pubblica di alto valore economico e sociale” da utilizzarsi in modo flessibile e senza restrizioni sul servizio offerto o sulla tecnologia. Dunque, per l’Europa non esistono più “frequenze televisive” e “frequenze cellulari”. Una frequenza attualmente usata per la Tv potrebbe essere utilizzata per la banda larga mobile e viceversa. Il ministero dello Sviluppo economico ha tradotto, con qualche ritardo, queste regole in emendamenti al Codice delle comunicazioni elettroniche (la consultazione pubblica si è chiusa il 28 dicembre) che recepiscono la posizione europea e precisano che i diritti d’uso delle frequenze sono cedibili, a meno che non siano stati originariamente ottenuti a titolo gratuito.
Dunque, il contrario di quanto prevede il “beauty contest” in corso, dove si consente di cedere lo spettro assegnato gratuitamente dopo soli cinque anni. In altre parole, il “beauty contest” bandito dal Mse autorizza una cessione che il nuovo quadro regolamentare vieterà non appena sarà recepito nella forma prevista dallo stesso ministero. Un divieto che, per altro, impedirà alle emittenti locali o nazionali di cedere le 34 frequenze ottenute, gratuitamente, come “eredità analogica”. Per questo motivo le emittenti locali hanno chiesto, nella consultazione pubblica, di abolire l’emendamento che lo prevede. Un’ulteriore prova che il valore di quanto lo Stato ha loro donato è tutt’altro che nullo,
NECESSARIA UNA “SPECTRUM REVIEW”
Cosa fare dunque? Un “beauty contest” che contraddica il nuovo quadro regolamentare sembra improponibile. In ogni possibile formato, gratuito o con un minimo esborso non correlato al valore dello spettro. La nostra proposta è riportata in dettaglio in un articolo pubblicato su lavoce.info e ripreso da La Repubblica l’8 dicembre. L’idea base è quella di mettere all'asta una parte delle frequenze destinate al “beauty contest”. Un'asta che garantisca, nel breve periodo, capacità trasmissiva televisiva per editori nuovi entranti ma che consenta, nel tempo, l’uso di diverse tecnologie per servizi innovativi, con la flessibilità prevista dal nuovo quadro regolamentare proposto dal Mse. Un'asta destinata, come nel resto d'Europa, agli “operatori di rete puri” (non fornitori di contenuti), alla quale potrebbero partecipare anche gli operatori mobili e che dovrebbe partire da una base non molto elevata, per tener conto dei temporanei vincoli d’uso televisivi. Se poi proprio nessun operatore fosse interessato a queste frequenze o se non si avesse il coraggio di bandire un’asta, forse sarebbe socialmente più utile non assegnarle, tenerle nel portafoglio del governo e utilizzarle come “leva”, in sinergia con i 174 milioni di euro destinati all’emittenza locale, per massimizzare il dividendo digitale e risolvere eventuali problemi di interferenza tra telefonia mobile e Tv.
Per tutto il resto dello spettro (incluse le frequenze riservate alla pubblica amministrazione come quelle del ministero della Difesa) ben venga, come da molti suggerito, l’applicazione di canoni d'uso incentivanti: gli Aip stile Ofcom. Ma, attenzione, il pagamento dei canoni non dovrebbe rendere le frequenze liberamente cedibili sul mercato come qualcuno ha incautamente ipotizzato. Il pagamento di canoni, infatti, sottintende che la proprietà delle frequenze rimane allo Stato e, quindi, solo lo Stato può decidere se cedere o meno questi beni, non l’affidatario. Solo un'asta competitiva, con regole trasparenti che prevedano la cedibilità delle frequenze e un corrispettivo economico per lo Stato corrispondente al reale valore dello spettro potrà, a nostro avviso, essere considerata una forma di assegnazione “non a titolo gratuito”.
In uno dei tentativi di ragionare sullo spettro, insieme a Tommaso Valletti valutammo il possibile gettito generabile dagli Aip in qualche centinaio di milioni di euro per anno. (1) Per un aggiornamento sarebbe indispensabile conoscere gli usi attuali dello spettro. Potremmo scoprire che larghe porzioni dell’etere sono sotto-utilizzate o utilizzate abusivamente. Si tratterebbe, anche in questo caso, di sprechi da eliminare e di efficienza da riconquistare. È per questo che ci permettiamo di suggerire al governo Monti di inserire, nella “spending review”, anche un’accurata “spectrum review”.
(1) Invertire la Rotta. Idee per una riforma della proprietà pubblica, Il Mulino 2007.

 

Tratto da www.lavoce.info
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